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Il silenzio di palazzo

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Riporto una mia intervista, rilasciata a “L’Espresso“, in merito alle reazioni da parte del centrodestra e del centrosinistra di fronte allle notizie di indagini sul sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e sul coordinatore campano del Pdl Luigi Cesaro.
L’Espresso: In attesa che questo avvenga, come spiega le reazioni del mondo dei partiti alle indagini in Campania?
Antonio Di Pietro: La politica oggi non reagisce perché non ci sono partiti immuni dalla possibilità di vedere finire sotto inchiesta personaggi di livello nazionale, regionale e comunale. Si gira la testa dall’altra parte, o ci si salva l’anima con qualche frase di circostanza perché c’è il terrore che se oggi attacco il mio avversario politico, chiedendo di lasciare incarichi di governo o nelle amministrazioni locali fino a quando non sarà accertata o meno la responsabilità penale, domani potrà accadere a qualcuno della mia formazione politica.
L’Espresso: Nel centrodestra hanno fatto muro su Cosentino e Cesaro.
Antonio Di Pietro: E che cosa si aspettava! Abbiamo il presidente del Consiglio che fa di tutto per evitare il suo processo, che dice ai suoi avvocati parlamentari di ricusare i giudici o fissare impegni parlamentari per disertare il processo. Tutti gli altri si comportano di conseguenza e si sentono protetti dal capo.
L’Espresso: Perché il Partito democratico, la formazione più forte nel centrosinistra, ha assunto una posizione tiepida e burocratica di fronte allo scenario dell’inchiesta rivelata da ‘L’espresso’ sugli intrecci tra politica, camorra e impresa per lo smaltimento dei rifiuti?
Antonio Di Pietro: Il Pd deve fare una scelta di campo che non ha ancora fatto. Deve fare i conti con se stesso. E non c’è solo il caso della Campania dove non è stato detto al presidente della Regione Antonio Bassolino di fare un passo indietro quando è finito sotto inchiesta. Ci sono le storie della Calabria e, in questi giorni di nuovo sotto gli occhi di tutti, le vicende legate alle indagini sulla sanità in Abruzzo.
L’Espresso: Non è tenero verso il suo principale alleato…
Antonio Di Pietro: Quando sento Walter Veltroni rispondere a una domanda durante un’intervista televisiva che, sì la giustizia è un problema importante, ma ve ne sono di più importanti come l’occupazione e il lavoro, mi cascano le braccia. Sarà pure vero quello che dice, ma non può certo essere una giustificazione per non prendere una chiara posizione sulle vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti politici nazionali o locali.
L’Espresso: Lei disegna uno scenario in cui sembra di essere entrati in un mondo dove tutti difendono tutti di fronte a qualsiasi avvenimento per difendere solo se stessi. Come se ne esce?
Antonio Di Pietro: La soluzione c’è. Una legge che si potrebbe approvare in pochissimi giorni composta di pochi, chiari articoli, che vieti di candidare in Parlamento, alla Regione, al Comune o alla Provincia chi è stato condannato: e che vieti di essere candidato a chi è sotto inchiesta, così come di assumere incarichi di governo, sia a livello centrale che periferico.
L’Espresso: Italia dei Valori si sente immune dai rischi di vedere suoi esponenti coinvolti in indagini giudiziarie e di dover dunque seguire il decalogo che lei vorrebbe?
Antonio Di Pietro: No, assolutamente no. Se ben ricorda ero ministro del governo di Romano Prodi e mi dimisi perché ero finito sotto inchiesta. Sono stato libero di difendermi e sono stato prosciolto da tutto. Ma è anche accaduto che elementi del mio partito siano finiti sotto inchiesta. Ma noi non abbiamo fatto melina: o sono stati messi alla porta o, se avevano incarichi di governo a livello periferico, abbiamo voluto che fosse loro tolta la delega in attesa di chiarire se erano innocenti o colpevoli. Io non vedo gli altri partiti comportarsi in questo modo. Le racconto anche una vicenda che stiamo vivendo in questi giorni: dopo lo scandalo sanità si deve tornare alle urne in Abruzzo, noi abbiamo proposto al Pd, che è il nostro principale alleato, di formare le liste solo con persone immuni da condanne e non sotto inchiesta. Beh, la riunione per le liste si deve ancora fissare e il Pd ci ha fatto sapere che stanno discutendo con l’Udc.
L’Espresso: Anche l’opinione pubblica non sembra essere scossa più di tanto da queste inchieste.
Antonio Di Pietro: L’opinione pubblica non sta reagendo semplicemente perché non riceve sufficienti informazioni su questi fatti, o le riceve solo parzialmente, perché pochi organi di stampa, e tra questi c’è ‘L’espresso’, danno conto di quanto avviene nel Paese. Siamo al ridicolo che qualcuno parla solo delle iniziative giudiziarie contro i giornali che fanno il loro mestiere tralasciando il contenuto delle storie. Oggi, così come esiste un problema di etica della politica, ne esiste uno di etica dell’informazione.
L’Espresso: Può spiegarsi meglio?
Antonio Di Pietro: Sono riprese importanti trasmissioni televisive di informazione, ‘Porta a porta’, ‘Matrix’, ‘Ballarò’, ma non mi pare proprio di aver visto una puntata per discutere su che cosa significano e su che cosa si fondano le accuse di relazioni pericolose con la camorra del sottosegretario all’Economia Cosentino o del rappresentante di Forza Italia per la Campania o del consigliere regionale del centrosinistra Roberto Conte arrestato qualche mese fa. Oggi, con alcune lodevoli eccezioni, l’informazione non fa il suo mestiere. Se ai cittadini venisse spiegato che sono stati tolti 3 miliardi di euro al bilancio della sicurezza, state certi che non si sentirebbero così sicuri come dicono per i provvedimenti del governo.
L’Espresso: Poi accade che qualcuno faccia il suo dovere e si ritrova, come nel caso dei giornalisti de ‘L’espresso’, perquisito e sotto inchiesta…
Antonio Di Pietro: Prendersela con l’ultima ruota del carro, il giornalista, non ha senso. Io non ho cambiato idea sul fatto che, ogni volta che gli atti sono stati portati a conoscenza dell’indagato, è bene che si sappia in modo limpido e lineare perché una persona è sotto inchiesta, perché è stata arrestata, perché è stata perquisita, perché è stata intercettata. Fatto salva l’inutilità di dare conto di fatti che con l’inchiesta non c’entrano e della presunzione di innocenza per tutti gli indagati, è bene che l’opinione pubblica sappia se può ancora fidarsi della persona che ha responsabilità politiche o di governo.
L’Espresso: In questa battaglia contro le leggi bavaglio Italia dei Valori pare abbastanza sola…
Antonio Di Pietro: Sì, perché alcune forze politiche non sono più rappresentate in Parlamento ed altre di opposizione come il Partito democratico hanno scelto di seguire la linea del vecchio decreto Mastella che vuole regolamentare pubblicazione e intercettazioni. Noi siamo contrari. Abbiamo presentato emendamenti su emendamenti e facciamo la nostra battaglia.

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