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Solo la cultura può salvarci

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2 aprile 2012, Roma. Questo il mio intervento a conclusione dell’incontro organizzato dall’Italia dei Valori e dal dipartimento nazionale Cultura e Istruzione, coordinato da Giulia Rodano, “Facciamo lavorare la testa”, cui hanno partecipato molti lavoratori del mondo della cultura, della conoscenza, dell’istruzione, della ricerca, oltre ai ministri Ornaghi e Profumo.

 

Permettetemi di iniziare la conclusione di questo incontro, che per me è stato uno dei più interessanti posti in essere dall’IdV, con una notazione personale. Io ho costruito l’Italia dei Valori con l’intenzione di dare ai cittadini uno strumento per il ricambio generazionale della classe politica, per portare in politica persone che potevano dare qualche cosa alla collettività. Molte volte ci sono riuscito, altre ho preso una tranvata, però man mano che il partito si strutturava mi sono reso sempre più conto della necessità di dare importanza alla cultura come strumento per individuare la qualità della  classe politica e migliorare l’azione politica. Perché cultura non è solo capacità di ripetere a memoria nomi e citazioni: è la necessità di assimilare principi etici.
Di qui la necessità di costituire un dipartimento “Cultura e istruzione”, che io ho sempre immaginato come una stanza con due porte, una in entrata e una in uscita. Speravo che da quella in entrata potessero arrivare tante professionalità, tanti suggerimenti che ci aiutassero a fare meglio il nostro mestiere, e dall’altra si potesse fare uscire da questo dipartimento una produzione tale da aiutare la cultura a godere di considerazione maggiore di quanta non ne ottenga oggi.
Oggi, qui, due ministri sono venuti a dialogare con noi e hanno trovato una forza politica d’opposizione che si è confrontata con loro e anzi gliene ha cantate  quattro. Si sono dovuti confrontare su temi concreti. Io, sentendoli parlare, ho avuto l’impressione di assistere a uno sdoppiamento della personalità tra professori e ministri. Ho visto persone che capiscono bene il problema ma non possono risolverlo, non sanno come risolverlo, non hanno gli strumenti per risolverlo.
Il ministro Profumo ha detto in pratica che condivide tutto quello che qui è stato detto, ma non ha i soldi per fare quelle cose e non ha il potere di decidere niente. Questo è il limite di questo governo che, non avendo la legittimazione popolare che si ottiene solo attraverso le elezioni, si deve rimettere alla volontà dei partiti. Il caso Aprea è quello più emblematico: se fosse per lui, il ministro Profumo non avrebbe alcuna difficoltà a parlarne in aula. Invece in questo stesso momento ci sono in Parlamento riunioni per decidere i compromessi che le varie formazioni politiche devono portare a casa. “Vuoi l’art.18? Va bene, ma in cambio dammi la commissione con funzione legislativa per l’Aprea”. Insomma, in Parlamento la scelta se la decisione debba avvenire in aula o in commissione non deriva da nobili princìpi ma da un basso compromesso politico a base di spartizione e lottizzazione. E’ questo il dramma: l’abisso tra le belle parole che abbiamo sentito qua e la politica praticata, che rappresenta un livellamento al ribasso per noi inaccettabile.
Ascoltando tutti io mi sono chiesto: che cosa intendiamo noi per cultura? E’ educazione? E’ istruzione? E’ ricerca scientifica? E’ conoscenza? E’ tutela e valorizzazione dei beni e della produzione culturale? E’ tutto questo. Dunque è un qualcosa che migliorerebbe il nostro Paese anche sul piano economico-finanziario. Se noi avessimo investito più nella cultura e meno nel dibattito sull’art.18 avremmo più credibilità e meno sprechi.
Non è vero che la cultura è un qualcosa di residuale. A questo governo io contesto proprio il pensare solo a far quadrare i conti senza pensare a chi quel conto lo paga. Si sta facendo un grande dibattito su una cosa che con gli interessi reali del Paese non c’entra niente ed è soltanto una resa dei conti fra il più forte e il più debole. E’ come se il governo dicesse: “Adesso faccio vedere che nel nostro Paese è tornato l’uomo con la frusta. Faccio quadrare i conti e i soldi li prendo da chi non può non darmeli perché li prelevo alla fonte”.
Questa è una politica che noi non possiamo non contestare, ma dire che è colpa del governo è troppo comodo. E’ colpa anche di chi appoggia il governo, di questa maggioranza trasversale che da destra a sinistra preferisce comprare gli F35 invece che investire nella cultura, preferisce fare il ponte sullo stretto piuttosto che investire nell’istruzione. Sono scelte politiche. La cultura, l’istruzione, la scuola non vengono visti come strumenti per migliorare il futuro del nostro Paese, anche in termini di maggiore equità sociale. E’ una scelta politica di fondo che noi contestiamo.
Cosa faremo dunque? Affineremo ulteriormente, dopo questo seminario, una mozione che stiamo già approntando e chiederemo che venga discussa in Parlamento. Come al solito cercheranno di non votarla o di bocciarla dicendo che vogliono fare qualcosa di più ampio, come si dice sempre quando si prova a fare qualcosa di concreto, ma noi dobbiamo più che mai impegnarci nelle istituzioni per modificare l’ordine delle priorità. E’ o non è una priorità fare in modo che quei 180mila precari, che precari lo sono da vent’anni, e che oggi saranno diventati certamente anche di più, possano costruire la parte finale della loro attività lavorativa con qualche serenità?
Bisogna stabilire ora che entro tre o quattro anni la loro situazione sarà definita una volta per tutte. Altrimenti ci troviamo di fronte a una violazione clamorosa anche dei diritti politici e civili, perché fino a che uno è precario, ha paura anche di parlare. Si rischia di essere buttati fuori. Specie se passa il modello della Lombardia, per cui si sceglie il docente a seconda di come intende insegnare quel che decido io. Ma questa è un’offesa alla Costituzione e alla cultura in quanto tale! Questo è  un pensiero che posso solo definire fascista!
Il capitalismo ha vinto sul comunismo ma si è poi trasformato in una sorta di nuovo feudalesimo, un sistema in cui non esiste più la libera concorrenza e non ci si affida al merito ma alla corruzione. Lo dico perché anche sul piano culturale deve essere fatta una denuncia del capitalismo, che non c’entra niente con il ritorno del comunismo: c’entra con il ritorno all’uguaglianza, alle pari opportunità, alla necessità che tutto ciò che circola possa servire a fare stare bene tutti, non solo alcuni. Altrimenti è la legge del giungla. Anzi è peggio, perché nella giungla il leone quando ha mangiato si ferma. Qui più mangiano e più vogliono mangiare.
Per questo è necessaria una fortissima educazione. E cosa può offrirla se non la scuola, se non il confronto tra diverse culture?
Bisogna tornare a investire nella cultura, perché non è posisbile che a comprare le lettere di Moro dalla prigionia debba essere la Fondazione di Dell’Utri, con le sue condanne passate in giudicato.

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