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Prosegue la nostra battaglia per la verità

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Oggi ho presentato al Ministro della Giustizia Paola Severino la seguente interrogazione. Questa è la battaglia che stiamo portando avanti perchè vogliamo che sia fatta piena luce sulla trattativa Stato-mafia. 

Al Ministro della Giustizia
per sapere, premesso che:
è in corso innanzi al Tribunale di Palermo un processo avente a oggetto le ipotesi di responsabilità, collegate alla cosiddetta trattativa mafia-Stato,
tra i segmenti di formazione della prova, i Pubblici Ministeri, hanno chiesto il confronto tra Claudio Martelli e Nicola Mancino, avente a oggetto le lamentele del ministro della Giustizia, nel 1992, rivolte all’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino, sull’iniziativa del Ros di avviare un contatto con Vito Ciancimino, quale tramite di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Le dette lamentele erano asserite da Martelli e negate da Mancino, che escludeva qualsiasi conoscenza della cosiddetta trattativa;
la notizia del possibile confronto in aula, determinava apprensione in Mancino che, secondo le intercettazioni ampiamente conosciute, si rivolgeva al consigliere giuridico del Capo dello Stato, per chiedere un intervento, onde evitare il suddetto confronto;
tra le numerose telefonate fatte da Mancino, intercettate, esisterebbero due colloqui telefonici direttamente con il Presidente della Repubblica;
il Presidente della Repubblica ha sollevato conflitto di attribuzione, lamentando l’omessa distruzione delle due telefonate intercettate, assumendo l’operatività, nella fattispecie dell’art.90 della Costituzione;
il fatto che il Capo dello Stato sia stato intercettato indirettamente in altre situazioni – quale l’inchiesta della Procura di Firenze sul G8 alla Maddalena, dalla quale emersero gli appalti d’oro della Protezione Civile – e che non abbia sollevato il conflitto di attribuzione, ci suggerisce che il contenuto di quelle telefonate poteva essere ascoltato e letto sui giornali, a differenza dei colloqui con Mancino;
sul punto, il Ministro della Giustizia, ha ritenuto che le telefonate suddette intercettate indirettamente, debbano essere secretate, essendo precluso il rito previsto per le intercettazioni non ritenute rilevanti per le indagini e, quindi, lo loro conoscibilità, attraverso il deposito, ai fini dell’udienza per la decisione sulla distruzione o meno;
la questione è stata già affrontata dal Ministro della Giustizia, nel 1997, in un analogo caso;
infatti, nella seduta n.147 del 7 marzo 1997 del Senato, l’allora Ministro della Giustizia, così rispondeva all’interrogante senatore Cossiga: “La procedura seguita dalla autorità giudiziaria milanese nella vicenda che è all’origine delle interpellanze, consistente nel deposito delle conversazioni del Capo dello Stato occasionalmente intercettate nel corso di un’intercettazione disposta a carico di terzi non appare in linea con la ricostruzione che ho sopra delineato. Va però precisato che tale ricostruzione è frutto di una interpretazione sistematica e non trova riferimenti letterali nella normativa codicistica. Allo stato, e nell’attesa di ricevere le informazioni che ho richiesto all’autorità giudiziaria, ritengo pertanto, per la parte di mia competenza, di non ravvisare nella condotta dei magistrati aspetti di macroscopica inosservanza delle disposizioni de legge o di loro abnorme interpretazione. La disciplina in materia è, infatti, frammentaria e lacunosa e merita per più versi un intervento normativo chiarificatore, che potrebbe essere inserito nella nuova disciplina proposta con il disegno di legge n.2773 presentato dal Governo il 27 novembre 1996, della quale mi auguro possa seguire l’approvazione del Parlamento, che prevede appunto la selezione preventiva a cura del pubblico ministero e del giudice, prima del deposito, dei risultati della intercettazione”:-
quale sia la linea del Governo su quanto esposto in premessa, avendo il Ministro parlato di secretazione e non di distruzione delle telefonate intercettate;

se esista, allo stato, un’iniziativa del Governo che, allontanandosi dalla precedente linea esposta dal Ministro della Giustizia del 1997, propenda per la presentazione di apposito disegno di legge, configurante l’ipotesi della secretazione e cosa questa comporti, in ordine alla durata della stessa e l’eventuale accesso di terzi interessati, al materiale intercettativo, al fine di utilizzo quale propria prova a discarico o a carico;

se la strada seguita del conflitto di attribuzione, non sia l’espressione di implicita critica di una sorte di esercizio abusante dell’organo dell’accusa, in violazione lamentata di prerogative costituzionali;

se l’iniziativa intrapresa (diversamente dalla possibile sollecitazione al Parlamento o al Governo di dare seguito a proposte di intervento normativo), non rischia di essere letta quale un’indiretta delegittimazione della Procura della Repubblica, impegnata in una difficile ricerca della verità per fatti che hanno pesantemente segnato la storia del nostro Paese;

se non ritenga di dover fugare il sopradetto rischio, ridando autorevolezza alla Procura della Repubblica, riconoscendo la sua corretta applicazione della normativa codicistica, pur ritenuta lacunosa per i casi come quello che occupa;

se non ritenga di voler intervenire, con le forme e modalità ritenute opportune e congrue, con una sollecita iniziativa, oltre che con dichiarazioni estemporanee nel corso di incontri con giornalisti, che rassereni i cittadini turbati dalla pesantezza e solennità del ricorso alla Corte Costituzionale da parte del Capo dello Stato.

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