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23.11.2017 – Intervista rilasciata alla rivista ‘Comunità Italiana’ la più longeva e diffusa pubblicazione italiana in Brasile

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Intervista esclusiva all’ex pm di Milano, a 25 anni dalla tangentopoli che sconvolse l’Italia: “In Brasile il giudice Moro sta facendo esattamente quello che facemmo noi allora”

ANTONIO DI PIETRO, DA “MANI PULITE” ALLE PROSSIME ELEZIONI

E’ stato l’anima e il volto di Mani Pulite, l’inchiesta che nel 1992 portò a galla la tangentopoli italiana, cambiando la storia del paese. Con quell’inchiesta, dopo quarant’anni di granitica gestione del potere, vennero spazzati via i vecchi partiti e fu mandata in pensione la Prima Repubblica. Antonio Di Pietro, il magistrato inflessibile coi modi da “sbirro”, sarebbe poi diventato leader politico e due volte ministro. In un’intervista esclusiva a Comunità Italiana, a 25 anni esatti dall’inizio di quell’inchiesta, l’ex pubblico ministero accetta di riaprire il libro dei ricordi e di ripercorrere le tappe di un’inchiesta che oggi, dopo tanto tempo e a migliaia di chilometri di distanza, presenta sorprendenti punti di contatto con la bufera giudiziaria che ha investito il Brasile.

Tutto ha inizio a Milano, il 17 febbraio del 1992. Davanti al Pio Albergo Trivulzio finisce in manette l’ingegner Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista Italiano. Ha appena intascato una bustarella da sette milioni di lire dal proprietario di una piccola azienda di pulizia che, come altri fornitori, doveva versare il 10% dell’appalto ai politici. E’ l’inizio della bufera: nel giro di pochi anni saranno indagate 4.520 persone e si arriverà alla condanna definitiva o al patteggiamento di 1.281 imputati.

Di Pietro, si dice sempre che in Italia, a quel tempo, tutti sapessero, ma per decenni nessuno volle o poté intervenire. Poi arrivò a Mani Pulite, che coincise con il crollo del muro di Berlino e con la fine del mondo diviso in due blocchi. Cosa era cambiato e quali furono le condizioni che permisero di far saltare, dopo tanto tempo, quel sistema ormai logoro e corrotto?

Il vecchio Di Pietro direbbe: ma che c’azzecca il muro di Berlino? Quel sistema non è stato scoperto allora e c’è un film con Nanni Moretti, del 1991, che è la fotografia esatta di quello che sarebbe successo un anno dopo con la nostra indagine. In realtà noi non abbiamo scoperto tangentopoli, ma abbiamo scoperto “Mani Pulite”, ovvero il modello investigativo che ci ha consentito di portare le prove delle responsabilità in tribunale. Quell’inchiesta è stata possibile perchè impostammo un modello investigativo innovativo per l’epoca, della cui portata il sistema non si era reso conto. Per questo fu possibile aggredire quel sistema, formato da una parte dal cartello delle imprese e dall’altra da quello della politica. Poi si resero conto della forza di quel modello, un modello che se fossimo in un ospedale potremmo definire diagnostico. E allora, per evitare di essere scoperti, iniziarono ad ingegnarsi nell’adottare modelli nuovi di criminalità, sempre più evoluti e sofisticati.

Come prese vita e che caratteristiche aveva quel modello investigativo che si sarebbe rivelato così potente e incisivo?

E’ stato un concorso di circostanze. Ad esempio è stata molto importante la trasformazione del codice di procedura penale che nel 1989 è passato dal modello inquisitorio a quello accusatorio. Grazie a questo passaggio, il pm non sarebbe stato più il notaio che riceve e valuta le attività investigative svolte dagli organi di polizia, ma è diventato il capo della polizia giudiziaria. Quindi noi creammo un nostro pool formato da polizia, carabinieri e guardia di finanza, direttamente all’interno della Procura di Milano. Un pool che adesso rispondeva soltanto a noi. In questo modo siamo potuti arrivare ai livelli superiori, sempre più in alto, fino ai ministri. Inoltre in questi giorni si sente parlare molto delle novità riguardanti i paradisi fiscali, ma l’inchiesta “Mani Pulite” si è basata proprio sull’individuazione dei tesoretti nei paradisi fiscali. Io ho fatto centinaia di rogatorie all’estero, grazie a nuove forme investigative che permettevano di bypassare tanti sotterfugi burocratici. Quel modello in realtà non lo inventai io, ma il giudice anti-mafia Giovanni Falcone, quando fu trasferito al ministero della Giustizia. Un altro aspetto, che mi riguarda personalmente, è che io prima di fare il magistrato facevo il poliziotto e quindi avevo una formazione investigativa da marciapiede. Inoltre, a quei tempi, si affacciava alla ribalta l’informatica e in quel momento non c’era forse nessuno che, come me, era diventato magistrato con un diploma di perito elettronico. Questo ci consentì di creare banche dati che andavano al di là del solito fascicolo documentale.

Quell’inchiesta sollevò grandi aspettative e sembrava poter cambiare a fondo il paese, ponendo fine ad un sistema di illegalità diffusa. Oggi, però, assistiamo al moltiplicarsi di casi di corruzione. A suo giudizio l’Italia di oggi è un paese più o meno corrotto di allora?

Quell’inchiesta è stata come una risonanza magnetica su un paziente, è servita per scoprire la malattia del paziente Italia, ovvero un tumore in metastasi, rispetto al quale c’era bisogno di un intervento radicale nel tentativo di bloccarlo in tempo. Ed è quello che abbiamo fatto. Il fatto che oggi si parli di più di corruzione e che si scoprano ogni giorno nuovi casi di corruzione, non significa che ci sia più corruzione di allora, ma vuol dire che adesso l’autorità giudiziaria ha preso coscienza. Un po’ come può accadere in un ospedale, dove a forza di affrontare le malattie si cerca di curarle con insistenza sempre maggiore. Oggi, quindi, si scoprono più reati perchè si lavora di più su questo tipo di criminalità, che è la nuova criminalità: una volta c’erano la coppola e la lupara, adesso ci sono i consigli di amministrazione e le finanziarie.

Al termine di “Mani Pulite” si conteranno 1.281 condanne definitive per corruzione, concussione, finanziamento illecito dei partiti e falso in bilancio. Alcuni di questi reati, in seguito, sono stati anche depenalizzati. A conti fatti, sono stati più i colpevoli puniti o quelli che l’hanno fatta franca ?

Mi piace sempre ricordare la metafora alla quale fa spesso ricorso il giudice Piercamillo Davigo, parlando di una foresta dove ci sono tutti gli animali: i leoni attaccano le zebre, più deboli per natura. I leoni, sbranando le zebre più lente e deboli, migliorano la specie delle zebre. Il problema è che poi, con il tempo, per una zebra che viene presa dal leone, ce ne sono dieci che sono scappate. In sostanza noi abbiamo scoperto quello che era sopra sopra, ciò che era più evidente. Oggi, però, si prende atto che non solo il tumore sociale è andato ancora di più in metastasi, ma che è difficile scoprirlo proprio perchè ammantato da un livello di impunità legalizzata.

Quali furono le maggiori difficoltà nel portare avanti quell’inchiesta ?

Le maggiori difficoltà erano legate ai continui tentativi di inquinamento probatorio prima, e all’attività di delegittimazione dopo. Da quei giorni e ancora oggi, infatti, persiste un tentativo pervicace di far passare quell’inchiesta come un’inchiesta con finalità politiche, e di mettere sullo stesso piano guardie e ladri, come se fosse stata una guerra tra bande.

Lei stesso, sia da magistrato che poi da politico, ha subito numerosi attacchi, tra inchieste scandalistiche, denunce, esposti e ispezioni…

Io ho subito 263 processi per avere fatto “Mani Pulite” e ovviamente non ho vinto ai punti. Perchè quando si ha a che fare con la giustizia non si vince mai ai punti, ma sempre per ko. Quindi chi mi ha accusato è stato sempre punito, mentre io sono sempre stato assolto.

Delegittimazione nei suoi confronti, ma anche costi sociali delle inchieste. Basti pensare ai suicidi “eccellenti” di personaggi come Raul Gardini, Gabriele Cagliari e Sergio Moroni. Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto e tutto allo stesso modo?

Nella mia vita, come ogni essere umano, ho commesso tanti errori e d’altronde se non si facessero tanti errori non esisterebbe il divorzio. L’inchiesta “Mani Pulite” la rifarei senz’altro. Certamente, se potessi ripercorrere quell’inchiesta e farla da capo, potrei evitare molti errori. Per esempio avrei dovuto arrestare nella notte, prima che si uccidesse, Raul Gardini. Forse sarebbe cambiata anche l’Italia. Il punto è che io sapevo dove stava, sapevo che doveva consegnarsi a me l’indomani mattina e non sono andato a prenderlo pur sapendo che era latitante. Solo vivendo due volte avrei potuto sapere, a quel tempo, che si sarebbe ammazzato pochi minuti prima che avrebbe dovuto presentarsi da me. Ad ogni modo rifarei mille volte l’inchiesta “Mani Pulite” e la rifarei nel modo in cui l’ho fatta. La politica, invece, la rifarei in modo diverso.

Poi, però, il 6 dicembre del 1994, poco prima che si tenesse l’interrogatorio dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indagato per corruzione, lei lascia la magistratura. Con le sue dimissioni l’inchiesta “Mani Pulite” di fatto si blocca. Cosa accadde ?

E’ una storia molto delicata, che porta alle mie dimissioni e che, in seguito alle mie dimissioni,  sostanzialmente vede l’inchiesta fermarsi. In parte le ragioni si trovano in due relazioni del Copasir, una del 1995 e una del 1996, nelle quali non io, ma un Comitato per la sicurezza nazionale, individua quell’attività di delegittimazione posta nei miei riguardi allo scopo di fermare “Mani Pulite”. D’altronde la nostra inchiesta si ferma nel momento in cui l’inchiesta “Mafiopoli”, che si sta portando avanti a Palermo, e “Mani Pulite”, che si sta portando avanti a Milano, si incontrano. Io sono stato fortunato, perchè mi hanno soltanto accusato di tutto e di più, mentre i miei colleghi siciliani, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, li hanno ammazzati. Sono aspetti sui quali ho già fornito le mie dichiarazioni agli organi competenti.

Il giudice Sergio Moro, protagonista dell’inchiesta sulla tangentopoli brasiliana, ha dichiarato pubblicamente che il suo modello è l’inchiesta condotta dal giudice Di Pietro a Milano. Che effetto le fanno queste parole ?

“Conosco bene il collega brasiliano, con il quale ho avuto anche dei momenti di confronto pubblico in Argentina, Brasile e Portogallo. Ha potuto portare avanti le sue inchieste perchè, attraverso le rogatorie all’estero, è riuscito ad avere i documenti dei paradisi fiscali. A suo tempo anche io riuscii ad acquisire quel genere di documenti e la cosa assolutamente sorprendente è che le società di intermediazione che io scoprii ai miei tempi sono le stesse che ha scoperto lui di recente. Nonostante si sappia benissimo chi sono e che ruolo hanno nei paradisi fiscali, queste società di intermediazione restano sempre lì, a dispetto delle inchieste giudiziarie. La verità è che i paradisi fiscali non li vogliono i paesi che li ospitano, ma li vogliono i paesi occidentali e moderni, dove in teoria vigerebbero trasparenza e legittimità. I paesi occidentali hanno a disposizione queste piccole isole sparse nel mondo, che servono per ripulire e per fare ciò che non è consentito fare a casa propria. Eppure sarebbe sufficiente che l’Europa stabilisse una regoletta molto semplice: embargo finanziario e commerciale ai paesi che non si adeguano, nelle loro istituzioni, a quelli che sono i principi base di trasparenza nella gestione finanziaria.

Secondo alcuni osservatori, però, la tangentopoli brasiliana, pur portando alla luce gravi casi di corruzione, ha finito per aggravare la crisi economica del paese e per distruggere migliaia di posti di lavoro…

So bene che il giudice Moro sta pagando e pagherà ancora per molto tempo le conseguenze del lavoro che sta portando avanti. Il collega sta facendo esattamente quello che facemmo noi: non sta facendo politica, ma sta indagando su politici che invece di fare politica hanno rubato. Quindi non vedo perchè anche in Brasile, come è successo purtroppo in Italia, la si voglia buttare in politica, in termini di delegittimazione e disinformazione. Questo è un approccio sbagliato, che distoglie l’attenzione dal problema vero, che ha a che fare con il fatto che alcune istituzioni, ai massimi livelli, non facevano il proprio dovere. Il Brasile lo distrugge chi ruba, alle spalle di chi fa il proprio dovere. Stai a vedere che adesso, se si scopre un tumore, la colpa è del medico che l’ha scoperto. Anche a me, in Italia, spesso rinfacciavano il fatto che adesso si sta peggio di prima. E quindi noi che avremmo dovuto fare? Bisognava forse lasciare tutto come stava? Se oggi in Italia abbiamo qualche migliaia di miliardi di debito pubblico, e quello che incassiamo non basta per pagare gli interessi, non è colpa di chi ha scoperto i reati, ma di quella Prima Repubblica che a forza di spendere e spandere in modo irrazionale, ha indebitato il paese fino a portarlo sull’orlo del precipizio economico e finanziario. E’ una furbata quella di far diventare una guerra tra bande quella che in realtà è una sfida tra guardie e ladri.

Dopo aver lasciato la magistratura, lei è diventato uno dei leader del centrosinistra alla guida dell’Italia dei Valori ed è stato due volte ministro con Prodi. Poi, negli ultimi anni, la crisi dell’Idv e la sua fuoriuscita dal partito. Ora in Italia si avvicinano le elezioni: potremmo vederla di nuovo in campo?      

Sul piano politico, al di là di alcuni errori personali, sono orgoglioso del lavoro svolto, dalle campagne referendarie alle battaglie per la legalità. Mi piacerebbe continuare a servire il paese come ho sempre fatto, da poliziotto come da tecnico aeronautico, da magistrato come da ministro. Sono stato tra i fondatori dell’Ulivo, a Vasto, ed è in quella realtà progressista, di centrosinistra, che io mi riconosco ed è solo a partire da quella realtà che io oggi sarei ancora disponibile ad impegnarmi.

Nel centrosinistra italiano, però, è sempre più difficile trovare una sintesi: Pd da una parte, Mdp e Sinistra Italiana dall’altra. Al momento si registrano pochi punti d’incontro…

C’è un masochismo politico, all’interno del centrosinistra, che rasenta la necessità di un intervento psichiatrico. Non si spiega la ragione per cui, pur nelle divergenze, non si riesca a trovare un punto di unità. Nel mio Molise, come nel resto d’Italia, ci sono tre poli politici: Movimento 5 Stelle, centrodestra e centrosinistra. La differenza è che le prime due realtà andranno alle elezioni politiche compatte. Nel centrosinistra, invece, sia la sinistra di Mdp che l’area del Pd si sono dichiarate disponibili a candidarmi, ma ognuno solo per sé e non per l’altro. A quel punto succede che perdiamo tutti e vince l’avversario. Io sono disponibile a dare il mio contributo e a portare qualche voto in più, anche in ragione di una credibilità che comunque mi sono conquistato sul campo. Vorrei essere un riferimento della mia regione, il Molise, nel prossimo parlamento, ma se l’offerta è di correre l’uno contro l’altro, io non ci sto a giocare per far vincere gli avversari. Per il resto sono pronto e non chiedo un posto sicuro nel listino. Io me la voglio giocare al maggioritario, a viso aperto con gli avversari, ma me la voglio giocare con il centrosinistra unito. Mi auguro, dunque, che mi permettano di giocare.

Però – è inutile girarci intorno – uno dei fattori principali, alla base delle divisioni interne al centrosinistra, è la leadership di Matteo Renzi. Lei con chi si schiera?

Io sono stato tra gli oppositori interni di Renzi, nell’ambito del centrosinistra, ma in questo momento, soprattutto per necessità, sta dimostrando un atteggiamento di risipiscenza operosa, come direbbe il vecchio pm Di Pietro dovendo chiedere le attenuanti generiche. Di fronte a questa risipiscenza operosa, ci si deve porre in termini propositivi. Quindi non ha senso la proposta arrivata nelle ultime ore dalla sinistra, di rivedersi dopo le elezioni. Perchè una volta che si è votato e sei minoranza nel parlamento, puoi fare opposizione ma rinunci in partenza a cambiare il paese.

Stando ai sondaggi, non è escluso che, a distanza di 25 anni, torni ancora una volta protagonista quel Silvio Berlusconi che lei ha avversato prima da magistrato e poi da politico. Che effetto le fa?

Se così fosse, la colpa sarebbe innanzitutto del centrosinistra. Non è mai colpa di chi vince. E alla mia età vorrei presentarmi in termini propositivi e non contro qualcuno.

 

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