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In memoria di Paolo Borsellino

Vent’anni fa a Palermo un’autobomba massacrava Paolo Borsellino e tutti gli agenti della sua scorta. Dopo che, neanche due mesi prima, erano stati massacrati Giovanni Falcone e la sua scorta.

Non furono delitti imprevedibili e imprevisti. Al contrario, tutti sapevano che sarebbero accaduti. Tutti si aspettavano quelle stragi da un giorno all’altro. Al punto che l’ultima vittima designata, Paolo Borsellino, parlava di sé come di un morto vivente.

Tutti sapevano ma lo Stato non fece niente per difendere i suoi più validi e coraggiosi servitori, impegnati in prima linea nella guerra contro quella che dovrebbe essere la prima nemica dello Stato, la mafia, e con la quale invece lo Stato usava trattare e scendere a patti.

Se lo Stato si preoccupa di patteggiare col nemico invece di combatterlo e difendere i suoi servitori, è ovvio che sorgano profondi e tremendi sospetti. Da allora quei sospetti raggelanti hanno solo trovato innumerevoli conferme: l’ipotesi che Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e gli agenti delle loro scorte siano stati mandati a morte con la complicità dello Stato è purtroppo del tutto plausibile.

I magistrati di Palermo, sfidando difficoltà immense e pericoli altrettanto grandi, stanno facendo il possibile per far luce su quella tragedia e scoperchiare quel nido di serpenti. Aiutarli, sostenerli e difenderli dovrebbe essere il dovere di ogni cittadino onesto, e a maggior ragione di chi incarna le istituzioni della Repubblica e dello Stato democratico.

In questi giorni molti hanno accusato me e l’Italia dei Valori di attaccare senza motivo, per populismo e demagogia, le istituzioni dello Stato. Ma io non voglio attaccare proprio nessuno e il populismo non c’entra niente.

Tutto quello che dico è che ricercare la verità su quella trattativa dovrebbe essere la priorità assoluta sul piano morale e politico, oltre che la sola manifestazione di rispetto sostanziale nei confronti della Costituzione e della Repubblica. Quando invece, in una situazione di massima emeregnza come questa, si mettono in campo altre priorità e altre esigenze, che lo si voglia o no si fa un danno: non solo alla ricerca della verità e alla giustizia, ma anche alla democrazia, allo Stato e alla Costituzione. Ci sono momenti nella vita in cui bisogna fare scelte di campo e in questo momento noi siamo dalla parte della Procura di Palermo.

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Perchè sto con i giudici di Palermo

Oggi intendo affrontare, in modo forte e chiaro, la questione del conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nei confronti della procura di Palermo con riferimento alle intercettazioni telefoniche intervenute sull’utenza di Nicola Mancino, mentre questi in qualità di privato cittadino, seppur potente, telefonava appunto al Capo dello Stato. La questione è molto delicata e si deve affrontare con tutto il rispetto che si deve alle istituzioni, dal Presidente della Repubblica, ma anche alla Procura di Palermo, alle vittime di mafia, a tutti coloro che hanno lavorato e stanno lavorando per cercare di capire, in tutti questi anni, se c’è stata, e a che livello si è diffusa, la trattativa tra Stato e mafia. Trattativa fatta per evitare a qualche notabile di Stato di essere preso di mira dalla mafia. Si è svenduto il ruolo istituzionale per paura di avere conseguenze negative dalla mafia, tutto questo mentre altri coraggiosi servitori dello Stato, come Falcone e Borsellino, gli uomini e le donne delle loro scorte, morivano ammazzati. La nostra Costituzione garantisce al Capo dello Stato la totale immunità personale, ad eccezione del caso in cui egli venga accusato di attentato alla Carta. Non è il caso di specie, però c’è un qualcosa che può avvenire a livello naturale che non si può far finta di non vedere. Che cosa può accadere? Può accadere che persone non garantite da immunità parlamentare si trovino a parlare con il Presidente della Repubblica. In questo caso, non è che si può estendere anche a loro l’immunità, perché altrimenti potrebbero farla franca in tanti. Mettiamo il caso che un signore telefoni al Capo dello Stato e dica: “Ho ammazzato mia moglie, il suo corpo è sotterrato in giardino sotto un albero”. Insomma, facciamo finta di non sentirla quella telefonata? O invece posso usare quella telefonata per scoprire un reato di omicidio commesso non dal Capo dello Stato, ma da un altro? Poter decidere quindi quando il Capo dello Stato riceve una telefonata, intercettata non sul suo telefono, ma su quello di altre persone non tutelate da immunità parlamentari. Estendendo la cancellazione di queste telefonate, sic et ... Leggi tutto ...

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Digressione

La verità si cerca senza guardare in faccia presidenti o ex presidenti

Vent'anni sono passati dalla stagione delle stragi, e la verità è ancora oscurata da una ragnatela di collusioni, silenzi e comportamenti omertosi. Ma quella stagione non può assolutamente essere archiviata. Lo dobbiamo alle vittime di tanta barbarie, alla nostra storia e a quei principi tracciati dai nostri padri costituenti. Se ci fu una trattativa tra Stato e Mafia è bene che si conoscano i responsabili, i fautori ed è bene anche che si sappia chi vuole mantenere quella pagina oscurata. In un altro Paese, di fronte alla notizia della telefonata dell'ex presidente del Senato, Nicola Mancino, al Capo dello Stato per chiedere di fare pressioni sui pm di Palermo, ci sarebbe stata un'alzata di scudi della politica e del mondo del giornalismo, ma in Italia i riflettori rimangono spenti. Non solo: le inchieste giornalistiche, come quella de Il Fatto Quotidiano, sono state additate come "risibili" e "irresponsabili illazioni". Qui di irresponsabile c'è solo la convinzione che per qualcuno la legge sia più uguale che per gli altri e che la verità venga dopo la necessità di difendere i potenti di oggi e di ieri. Come se i fatti documentati possano essere liquidati con termini offensivi e senza alcuna risposta. Purtroppo quelle parole, pesanti come macigni, sono state snocciolate dallo staff del Capo dello Stato, accompagnate da un dato di fatto importante: una triste conferma che ci preoccupa molto. Infatti, lo staff ha confermato ieri quanto evidenziato dal consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, Loris D'Ambrosio, cioè che sia una prassi intervenire sulle autorità giudiziarie. Nel caso specifico, c'è stata una confessione: una lettera di pressioni scritta da Napolitano al Procuratore generale della Cassazione. Mi chiedo, e chiedo a voi: è nel ruolo di un Presidente della Repubblica italiana scrivere al Pg della Cassazione per chiedere di intervenire prontamente sulla questione? E poi: può il segretario generale della Presidenza della Repubblica informare il Pg evidenziando che le preoccupazioni di Mancino, ex Presidente del Senato, sono "condivise da Napolitano"? Sono quesiti che in un Paese civile e democratico non dovrebbero neppure porsi, visto che la ricerca della verità ... Leggi tutto ...

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