Quando una riforma diventa urgentissima ci sono due possibilità per un sistema politico: la prima è fare davvero quella riforma; la seconda è parlarne spesso in modo che tutti pensino che la si sta per varare e, in realtà, non fare niente o fare il meno possibile.
Tutte le chiacchiere sulle riforme, rimbalzano da un vertice istituzionale all’altro e poi finiscono sulle prime pagine di giornali, i quali fingono di prendere sul serio quel chiacchiericcio, rispondono al secondo modello: parole tante, fatti nessuno.
La necessità di modificare il ‘porcellum’ era riconosciuta da tutti, a parole, ancora prima che esplodesse la crisi europea del debito. Si parlava già da un pezzo di governo tecnico e si indicava come suo primo ministro un certo professor Mario Monti.
L’obiettivo principale, allora, non era strangolare la gente con le tasse, ma di fare la riforma elettorale. Il governo tecnico lo hanno fatto davvero, il professor Monti ha sostituito Berlusconi a palazzo Chigi.
Di tasse ne ha messe tante, di diritti ne ha cancellati molti, ma la riforma elettorale sta sempre lì dov’era: in alto mare.
Non c’è ancora una proposta, perché i partiti non riescono a capire quale modello gli conviene di più. Nel dubbio, meglio tenersi la porcata di Calderoli.
Mi permetto di ricordare che una proposta invece c’è, firmata non dai partiti ma dalle centinaia di migliaia di italiani che volevano sottoporla a referendum.
Anche se il quesito referendario non è stato ammesso, la proposta di legge è pienamente valida. Una democrazia che si rispetti l’avrebbe già discussa in segno di rispetto per i cittadini che l’hanno firmata, invece di voltarsi dall’altra parte come fanno questi signori!
Si parla molto anche della riforma che dovrebbe dimezzare il numero (e i costi) dei parlamentari, e se ne continuerà a parlare fino a quando non sarà troppo tardi per farla davvero.
Non si parla affatto, invece, dell’abolizione delle Province annunciata, promessa e chiesta persino dalla sacrosanta Europa, e sulla quale noi dell’IDV abbiamo presentato una proposta di legge popolare, raccogliendo più di 400mila firme di cittadini consegnate in Parlamento a ottobre.
Non se ne parla perché c’è poco da chiacchierare e perdere tempo: basta prendere una decisione.
Ma è proprio quello che i partiti non vogliono fare, perché perderebbero la clientela. Questa è la realtà, il resto è solo propaganda. Poi, però, non vengano a lamentarsi se i cittadini li prendono a pesci in faccia.























Il Parlamento è nudo di fronte al Paese. Si è schierato, tranne pochi deputati, a sostegno delle tesi di un ministro della Giustizia che attacca la magistratura. Cosiddetti rappresentanti del popolo sovrano, ma l’Italia dei Valori non era fra questi, hanno applaudito un discorso eversivo, che qualifica “frange estremiste” i giudici che hanno messo agli arresti domiciliari la moglie di Mastella per concussione e sotto accusa molti rappresentanti dell’UDEUR. Un applauso a priori, senza sapere, senza conoscere neppure le motivazioni dei magistrati. L’applauso della Casta. La solidarietà di Prodi a Mastella può avere valore dal punto di vista umano, dal punto di vista politico è invece un grande errore, lo accomuna alla solidarietà pelosa espressa dal centrodestra, dei Bondi e dei Cicchitto.
Lo spettacolo che i deputati stanno dando all’opinione pubblica è quella di un Parlamento sporco, delegittimato.
Va ricordato (sempre) che i parlamentari non sono stati eletti con la preferenza diretta e rispondono agli apparati di partito, non agli italiani.
La Corte Costituzionale ha restituito la parola ai cittadini approvando il referendum elettorale. Questa è una buona notizia per la democrazia.
