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Taranto, Italia. Quello che succederà

Emilio Riva è il proprietario dell’Ilva, la fabbrica che da anni avvelena Taranto senza che la politica nazionale muova un dito per proteggere i cittadini e far rispettare la legge. Sarà una coincidenza, ma Emilio Riva è anche un grande finanziatore della politica. Uno di quelli che non fanno preferenze e foraggiano un po’ tutti, meno noi dell’Italia dei Valori che non accettiamo finanziamenti dai privati: un miliardo a destra, uno a sinistra e nessuno s’ingrugna”.

E’ quanto scrive sul suo blog il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. “Mentre appestava il mare, l’aria e la terra di Taranto, Riva donava 245mila euro a Forza Italia e 98mila non al Pd, che allora ancora non esisteva, né ai Ds, ma al futuro ministro dello Sviluppo Economico e futuro segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Si trattava di finanziamenti leciti e del tutto regolari. Ma, che il signor Riva, un tipo accorto e ben attento al proprio portafogli, abbia cacciato tutti quei soldi gratis et amore Dei non lo crederebbe nemmeno un bambino: lo scopo era riceverne regalie. (altro…)

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Il cielo sopra Taranto

Io, e con me tutta l’Italia dei Valori, vogliamo denunciare con la massima forza il crimine contro la salute, contro il lavoro, contro la verità e contro la giustizia che il governo e i partiti che lo sostengono stanno perpetrando a Taranto. Non c’è limite all’indecente cinismo di chi vuol costringere i lavoratori dell’Ilva e i tarantini tutti a una scelta infame tra la salute e l’occupazione, tra il morire di cancro o  di fame. Ieri i segretari di Pd e Pdl hanno chiesto entrambi al governo di intervenire contro un magistrato che osa chiedere il rispetto della legge per tutti, anche per i padroni dell’Ilva. Oggi il governo ha risposto all’appello e ha annunciato che ricorrerà alla Consulta per fermare chi difende la legge. Adesso politici e governanti vanno di corsa. Fino a ieri, fino a quando non è intervenuta la magistratura, se la prendevano comoda. Se la sono presa comoda per decenni, anche se tutti sapevano perfettamente che l’Ilva produceva  morte, che la percentuale dei casi di cancro nei quartieri intorno alla fabbrica era altissima e che gli impianti non venivano messi in sicurezza solo perché altrimenti sarebbero diminuiti i profitti dei proprietari. La magistratura è intervenuta non per fare politica industriale al posto del governo, come ciancia qualche ministro fuori di testa, ma per far rispettare la legge, cioè per fare il proprio lavoro e il proprio dovere. Non lo fa contro i lavoratori ma per difendere il diritto dei lavoratori alla vita e alla salute. I partiti che dicono di voler rappresentare i lavoratori dovrebbero ringraziare i magistrati di Taranto, invece di attaccarli e delegittimarli per difendere chi ha avvelenato la città e adesso non vuole cacciare un euro per riparare al danno. La via d’uscita c’è. E’ chiara e larga come un’autostrada. Bisogna salvare allo stesso tempo il lavoro e la salute dei lavoratori. Bisogna che, ad intervenire subito per mettere in sicurezza gli impianti e bonificare l’ambiente ... Leggi tutto ...

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Chi difende la Costituzione non fa polemica

Continuano ad accusare noi dell'Italia dei Valori di voler fare polemica con il Quirinale. Non accettiamo di essere chiamati polemisti, giacché poniamo un problema costituzionale. Chiedere di rispettare la Costituzione non è fare polemica. In un momento cosi delicato, in cui i magistrati di Palermo stanno cercando di capire chi tirava le fila in una vicenda accertata quale la trattativa tra Stato e mafia, sollevare una questione di lana caprina e andare a cercare il pelo nell'uovo rappresenta, da parte del capo dello Stato, più una scusa che un problema di difesa costituzionale del proprio ruolo. E' dal 97 che si sa che manca una norma per definire come comportarsi rispetto a intercettazioni indirette in cui si registra anche ciò che dice il Capo dello Stato quando riceve una telefonata. Napolitano è al Quirinale da sette anni. Poteva inviare un messaggio alle Camere. Altre volte erano state intercettate sue telefonate. Sollevare il conflitto di attribuzione proprio ora, su una questione così delicata e importante, è una delegittimazione oggettiva, al di là della sua volontà, dell'operato dei giudici di Palermo. E' documentato e contenuto in sentenze passate in giudicato che ai tempi di Napolitano, di Mancino, di Conso e di Martelli (che non la voleva accettare), una trattativa è avvenuta.  Lasciamo ai giudici il compito di scoprire chi è ne è stato il tramite e chi l'ideatore, ma diamo loro tutte le possibilità di farlo invece di impedire oggettivamente ai giudici di fare il loro lavoro. La questione non riguarda solo il Capo dello Stato. In mezzo ci sono tutti, anche il sistema dell'informazione.  Il magistrato Scarpinato si è permesso di ricordare le parole di Borsellino per dire: “Almeno oggi lasciateci onorare la sua memoria”. E'  andato a finire sotto inchiesta. Il magistrato Ingroia, solo per aver cercato di fare il proprio dovere e di capire chi c'era dietro la trattativa fra Stato e mafia, è stato mandato in Guatemala. Invece il fatto che due eurodeputati, Lumia e Alfano, siano andati a parlare con Provenzano, con la difesa del ruolo dei magistrati non ... Leggi tutto ...

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Tutti zitti per “portare rispetto”, ma i cittadini vogliono verità e giustizia

Da quando l'Italia dei Valori ha chiesto con determinazione chiarezza sulla trattativa fra Stato e mafia, costata la vita a tanti uomini e donne valorosi, e da quando ci siamo permessi di muovere delle critiche anche al Presidente della Repubblica per gli interventi del Quirinale in questa vicenda, siamo diventati oggetto di una campagna di denigrazione e calunnie senza precedenti. Il minimo che si legge sui giornali, a parte le solite eccezioni, a proposito del sottoscritto è che sono un irresponsabile eversivo. Io, che per tutta la vita altro non ho fatto che servire lo Stato come poliziotto, come magistrato e come ministro. Oppure dicono che ho fatto saltare il centrosinistra per correre dietro all'antipolitica. Io, che per mesi e anni mi sono sgolato chiedendo che l'alleanza di centrosinistra venisse formalizzata mentre i leader del Pd facevano orecchie da mercante. Ma alla fine dei conti cos'è che mi rimproverano questi saccenti e ben pagati moralisti di una stampa degna dell'Istituto Luce? Di oppormi al vergognoso complotto per isolare e delegittimare la procura di Palermo. Mi rimproverano di avere chiesto che, per scoprire la verità sul nido di serpi che nel '92 trattava con Riina e Provenzano, non si guardasse in faccia nessuno. E allora? Dov'è il delitto, l'irresponsabilità, la follia eversiva? Questi moralisti a comando pensano che se uno è stato presidente del Senato bisogna trattarlo con i guanti e se non vuole rispondere ai magistrati bisogna inchinarsi e dire: “Faremo come comanda sua eccellenza”. E ritengono che si debbano chiudere occhi, orecchie e bocca come le tre scimmiette, anche se un Presidente della Repubblica prima fa finta di non vedere, e poi briga per impedire di conoscere i fatti, andando oltre i confini costituzionali del suo mandato. Tutti zitti e muti perché è così che si dimostra di “portare rispetto”. Se è così, avessero almeno il coraggio di dirlo apertamente, ma che sappiano che noi dell'Italia dei Valori questa logica non l’accetteremo mai. Continueremo a chiedere la verità a tutti i costi, checché ne dicano le loro eccellenze, le caste, gli intoccabili, quelli che pensano che "la legge è uguale per tutti, tranne ... Leggi tutto ...

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La strada maestra della verità e della giustizia

Carissimi, oggi Il Fatto Quotidiano, in prima pagina, lancia un appello, una raccolta firme al fine di chiedere che sia fatta luce sulla trattativa Stato - Mafia e per rompere il silenzio sull'accerchiamento dei pm siciliani che indagano su questi rapporti indecenti tra criminali e pezzi delle istituzioni. La richiesta di verità e giustizia dovrebbe essere la strada maestra di tutti i paesi che si definiscono democratici e civili, ma i nostri rappresentanti istituzionali non la pensano come noi. Pertanto, come è successo tante volte in Italia, non resta che rivolgersi direttamente ai cittadini perché facciano sentire la loro voce. E’ immorale e raccapricciante solo pensare che uno Stato possa essere sceso a patti con la Mafia, ma è ancora più sconcertante che si blocchi il percorso per arrivare alla verità. I magistrati siciliani stanno pagando un prezzo altissimo solo perché fanno il loro dovere e svolgono fino in fondo il loro servizio allo Stato. Noi dell'Italia dei Valori siamo con loro, senza se e senza ma, convinti che non debbano esistere sacche di impunità e misteri da coprire. Troppi servitori dello Stato sono stati ammazzati e, in memoria loro, noi chiediamo con forza di squarciare il velo che copre la trattativa Stato - Mafia e di far lavorare in pace quei pm che servono lo Stato, come fecero Falcone e Borsellino. Per questo, vi chiediamo, come facciamo noi, di sottoscrivere anche voi l'appello de Il Fatto.

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Non c’è ragione di Stato che tenga

La richiesta di rinvio a giudizio per 11 imputati, alcuni dei quali erano all’epoca dei fatti altissimi esponenti dello Stato, per attentato contro un corpo politico dello Stato, e per l'ex ministro degli Interni ed ex presidente del Senato, Nicola Mancino, per falsa testimonianza, conferma che su quello che successe in Sicilia all'inizio degli anni '90 è calato per due decenni un velo di complicità e di omertà. Queste coperture hanno sinora impedito che la verità fosse scoperta e hanno permesso che l’assassinio di eroici servitori dello Stato come Falcone, Borsellino e gli agenti delle loro scorte rimanesse impunito. Continuo a pensare che di fronte a un’ipotesi mostruosa come quella di una trattativa fra Stato e mafia, intessuta sulla pelle di magistrati, poliziotti e cittadini innocenti, non ci sia ragion di Stato che tenga. Bisogna ricercare la verità senza guardare in faccia nessuno, come stanno facendo i magistrati di Palermo, ai quali va tutta la solidarietà mia e dell'Italia dei Valori. Rendere il loro lavoro già difficilissimo ancora più complesso, e delegittimarli, nonostante operino in una situazione di forte pericolo, significa rendere un pessimo servizio non solo alla giustizia, ma anche alla democrazia e alla Repubblica. La criminalità organizzata ha potuto prosperare sino a diventare il cancro che sta uccidendo l'Italia intera. Troppo a lungo il potere ha preferito chiudere tutti e due gli occhi prestando la propria complicità, sia direttamente che per omissione, e privilegiando una malintesa ragion di Stato sull'obbligo di far luce sulla verità e di punire i colpevoli. Per questo ritengo che l'inchiesta di Palermo sia importantissima non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello della cultura politica di questo Paese. Per questo penso, e continuerò a dire forte e chiaro - nonostante scomuniche e ricatti - che ogni tentativo di ostacolare le indagini, da qualunque parte provenga (fosse anche dal capo dello Stato) sia stato un gravissimo errore, che comporta pesanti responsabilità politiche e morali.

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Prosegue la nostra battaglia per la verità

Oggi ho presentato al Ministro della Giustizia Paola Severino la seguente interrogazione. Questa è la battaglia che stiamo portando avanti perchè vogliamo che sia fatta piena luce sulla trattativa Stato-mafia.  Al Ministro della Giustizia per sapere, premesso che: è in corso innanzi al Tribunale di Palermo un processo avente a oggetto le ipotesi di responsabilità, collegate alla cosiddetta trattativa mafia-Stato, tra i segmenti di formazione della prova, i Pubblici Ministeri, hanno chiesto il confronto tra Claudio Martelli e Nicola Mancino, avente a oggetto le lamentele del ministro della Giustizia, nel 1992, rivolte all’allora ministro dell'Interno, Nicola Mancino, sull’iniziativa del Ros di avviare un contatto con Vito Ciancimino, quale tramite di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Le dette lamentele erano asserite da Martelli e negate da Mancino, che escludeva qualsiasi conoscenza della cosiddetta trattativa; la notizia del possibile confronto in aula, determinava apprensione in Mancino che, secondo le intercettazioni ampiamente conosciute, si rivolgeva al consigliere giuridico del Capo dello Stato, per chiedere un intervento, onde evitare il suddetto confronto; tra le numerose telefonate fatte da Mancino, intercettate, esisterebbero due colloqui telefonici direttamente con il Presidente della Repubblica; il Presidente della Repubblica ha sollevato conflitto di attribuzione, lamentando l’omessa distruzione delle due telefonate intercettate, assumendo l'operatività, nella fattispecie dell'art.90 della Costituzione; il fatto che il Capo dello Stato sia stato intercettato indirettamente in altre situazioni - quale l'inchiesta della Procura di Firenze sul G8 alla Maddalena, dalla quale emersero gli appalti d'oro della Protezione Civile - e che non abbia sollevato il conflitto di attribuzione, ci suggerisce che il contenuto di quelle telefonate poteva essere ascoltato e letto sui giornali, a differenza dei colloqui con Mancino; sul punto, il Ministro della Giustizia, ha ritenuto che le telefonate suddette intercettate indirettamente, debbano essere secretate, essendo precluso il rito previsto per le intercettazioni non ritenute rilevanti per le indagini e, quindi, lo loro conoscibilità, attraverso il deposito, ai fini dell'udienza per la decisione sulla distruzione o meno; la questione è stata già affrontata dal Ministro della Giustizia, nel 1997, in un analogo caso; infatti, nella seduta n.147 del 7 marzo 1997 del Senato, l’allora Ministro ... Leggi tutto ...

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In memoria di Paolo Borsellino

Vent'anni fa a Palermo un'autobomba massacrava Paolo Borsellino e tutti gli agenti della sua scorta. Dopo che, neanche due mesi prima, erano stati massacrati Giovanni Falcone e la sua scorta. Non furono delitti imprevedibili e imprevisti. Al contrario, tutti sapevano che sarebbero accaduti. Tutti si aspettavano quelle stragi da un giorno all'altro. Al punto che l'ultima vittima designata, Paolo Borsellino, parlava di sé come di un morto vivente. Tutti sapevano ma lo Stato non fece niente per difendere i suoi più validi e coraggiosi servitori, impegnati in prima linea nella guerra contro quella che dovrebbe essere la prima nemica dello Stato, la mafia, e con la quale invece lo Stato usava trattare e scendere a patti. Se lo Stato si preoccupa di patteggiare col nemico invece di combatterlo e difendere i suoi servitori, è ovvio che sorgano profondi e tremendi sospetti. Da allora quei sospetti raggelanti hanno solo trovato innumerevoli conferme: l'ipotesi che Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e gli agenti delle loro scorte siano stati mandati a morte con la complicità dello Stato è purtroppo del tutto plausibile. I magistrati di Palermo, sfidando difficoltà immense e pericoli altrettanto grandi, stanno facendo il possibile per far luce su quella tragedia e scoperchiare quel nido di serpenti. Aiutarli, sostenerli e difenderli dovrebbe essere il dovere di ogni cittadino onesto, e a maggior ragione di chi incarna le istituzioni della Repubblica e dello Stato democratico. In questi giorni molti hanno accusato me e l'Italia dei Valori di attaccare senza motivo, per populismo e demagogia, le istituzioni dello Stato. Ma io non voglio attaccare proprio nessuno e il populismo non c'entra niente. Tutto quello che dico è che ricercare la verità su quella trattativa dovrebbe essere la priorità assoluta sul piano morale e politico, oltre che la sola manifestazione di rispetto sostanziale nei confronti della Costituzione e della Repubblica. Quando invece, in una situazione di massima emeregnza come questa, si mettono in campo altre priorità e altre esigenze, che lo si voglia o no si fa un danno: non solo alla ricerca della verità e alla giustizia, ma anche alla democrazia, allo Stato e alla Costituzione. Ci sono momenti nella vita in cui bisogna fare scelte di campo e in questo momento noi siamo dalla parte della Procura di Palermo.

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