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Il Presidente della Repubblica deve sapere che nessuno è al di sopra della legge

Il presidente della Repubblica, proprio per la sua funzione, dovrebbe sapere bene che nessuno è al di sopra e al di fuori della legge. Oggi prendiamo atto del fatto che egli avalla il comportamento dei suoi più stretti collaboratori che hanno tentato di interferire in una inchiesta penale in corso che riguarda fatti gravissimi: una possibile trattativa fra Stato e mafia per evitare che qualche politico venisse ucciso mentre venivano ammazzati magistrati come Falcone e Borsellino.
Quindi non di una campagna di sospetti e insinuazioni si tratta, ma di una ricerca della verità in nome del sangue versato e delle tante vittime che hanno pianto per quello Stato calabraghe in quei giorni.
L’Italia dei valori ha depositato ieri formalmente la richiesta di una commissione d’indagine affinché si accerti esattamente cosa è successo tra il 1992 e il 1993, quando spezzoni dello Stato, su richiesta di mafiosi di primissimo piano, hanno ridotto la carcerazione preventiva e hanno concesso altri benefici ai mafiosi stessi.
La commissione è necessaria perché non possiamo affidarci solo all’autorità giudiziaria, in quanto l’inchiesta dei magistrati può anche accertare una non responsabilità penale: questi fatti potrebbero non avere rilevanza penale. Ma senza dubbio la sola idea che in uno Stato di diritto vi siano organi istituzionali importantissimi che non fanno il loro dovere e prendono decisioni non nell’interesse dei cittadini ma della propria incolumità, impone la costituzione di una commissione d’inchiesta, perché quello è l’unico luogo democratico, prima che il popolo si ribelli, per accertare come sono andati i fatti.

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Digressione

La verità si cerca senza guardare in faccia presidenti o ex presidenti

Vent'anni sono passati dalla stagione delle stragi, e la verità è ancora oscurata da una ragnatela di collusioni, silenzi e comportamenti omertosi. Ma quella stagione non può assolutamente essere archiviata. Lo dobbiamo alle vittime di tanta barbarie, alla nostra storia e a quei principi tracciati dai nostri padri costituenti. Se ci fu una trattativa tra Stato e Mafia è bene che si conoscano i responsabili, i fautori ed è bene anche che si sappia chi vuole mantenere quella pagina oscurata. In un altro Paese, di fronte alla notizia della telefonata dell'ex presidente del Senato, Nicola Mancino, al Capo dello Stato per chiedere di fare pressioni sui pm di Palermo, ci sarebbe stata un'alzata di scudi della politica e del mondo del giornalismo, ma in Italia i riflettori rimangono spenti. Non solo: le inchieste giornalistiche, come quella de Il Fatto Quotidiano, sono state additate come "risibili" e "irresponsabili illazioni". Qui di irresponsabile c'è solo la convinzione che per qualcuno la legge sia più uguale che per gli altri e che la verità venga dopo la necessità di difendere i potenti di oggi e di ieri. Come se i fatti documentati possano essere liquidati con termini offensivi e senza alcuna risposta. Purtroppo quelle parole, pesanti come macigni, sono state snocciolate dallo staff del Capo dello Stato, accompagnate da un dato di fatto importante: una triste conferma che ci preoccupa molto. Infatti, lo staff ha confermato ieri quanto evidenziato dal consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, Loris D'Ambrosio, cioè che sia una prassi intervenire sulle autorità giudiziarie. Nel caso specifico, c'è stata una confessione: una lettera di pressioni scritta da Napolitano al Procuratore generale della Cassazione. Mi chiedo, e chiedo a voi: è nel ruolo di un Presidente della Repubblica italiana scrivere al Pg della Cassazione per chiedere di intervenire prontamente sulla questione? E poi: può il segretario generale della Presidenza della Repubblica informare il Pg evidenziando che le preoccupazioni di Mancino, ex Presidente del Senato, sono "condivise da Napolitano"? Sono quesiti che in un Paese civile e democratico non dovrebbero neppure porsi, visto che la ricerca della verità ... Leggi tutto ...

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Troppi convivono con Cosa Nostra

L'informazione ufficiale distorce le notizie: la Cassazione non ha assolto l'amico di Berlusconi, ma ha rinviato il processo all'appello, vuol dire che resta un condannato a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa”. Ecco quel che ho detto nell'’intervista pubblicata oggi su ‘Il Fatto Quotidiano’. Sostiene il procuratore generale Mauro Iacoviello: “Al concorso esterno non crede più nessuno”. “Non condivido la sua interpretazione. Le sue parole mi lasciano perplesso. Ci sono persone che adorano fare i saputelli. Le faccio un esempio per tradurre in commento la mia situazione: è come se il chirurgo che mi ha operato applicasse teoremi di ingegneria”. Che significa svalutare il reato di concorso esterno mentre scopriamo che Stato e mafia tramavano insieme? “È come tornare indietro di vent'anni, un atto di resa inaccettabile. C'è amarezza nel vedere sminuito il tentativo di chi ha combattuto davvero la mafia. Non reggono i distinguo e i sotterfugi giuridici per negare l'evidenza: quando si analizza l'associazione mafiosa non sempre si possono scoprire soltanto fatti concreti. Per un omicidio c'è il morto. Per una rapina c'è la pistola”. E per la vicinanza ai mafiosi? “Quando si parla di concorso esterno in associazione mafiosa il reato è diverso, e non serve la classica pistola fumante per provare qualcosa perché la mafia consiste proprio nel creare un meccanismo condiviso per raggiungere un obiettivo con mezzi leciti e illeciti”. Aldo Grassi ha presieduto la quinta sezione in Cassazione. Grassi è conosciuto per la strettissima amicizia e collaborazione con Corrado Carnevale, il giudice ammazza-sentenze che criticava pesantemente Giovanni Falcone. “Io rispetto la Corte, però ci sono motivi di opportunità, stavolta ignorati, che potevano rendere più credibili le decisioni. Chi aveva pregiudizi sul concorso esterno si è trovato a giudicare e noi, che seguiamo i fatti, ci avviciniamo al dispositivo su Dell'Utri con pochissima serenità”.  Dice Claudio Scajola (Pdl): “Sono lieto per Marcello. Forse dalla lettura della stampa comincia a cambiare la valutazione oggettiva delle cose. Si comincia a capire che questo Paese ha bisogno di pacificazione”. “Mi fa inorridire. Mi rifiuto di credere che ci sia, ... Leggi tutto ...

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