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Digressione

La Costituzione è tramortita dalla prepotenza

C’era una volta la democrazia parlamentare, luogo di confronto e di elaborazione dei disegni di legge.
La nostra Costituzione, all’art.70, rammentava che ‘la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere’.
Poi c’era il Governo, anch’esso abilitato a presentare disegni di legge, con una fondamentale differenza: per farlo doveva avere, ogni volta, l’autorizzazione del Presidente della Repubblica, come si legge all’art.87 della Costituzione.
Abbiamo usato il verbo al passato, non a caso. La nostra Costituzione c’è, è viva, è bella. Ma per molti è diventata una pastoia, un ostacolo. Come fare per sbarazzarsene?
Hanno trovato l’articolo adatto, il 77: ‘in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge’. Ma ci sarebbe un ostacolo: è il Presidente della Repubblica che è chiamato a vigilare sulla straordinarietà della necessità ed urgenza.
Bella cosa così.
Sennonché ormai accade, con frequenza bisettimanale, che il Governo ricorra al decreto e il Presidente della Repubblica verifichi, bisettimanalmente, che vi siano i requisiti di straordinaria necessità e urgenza. Con la conseguenza che, essendo previsto il termine di sessanta giorni per la conversione dei decreti da parte delle due Camere, il Governo puntualmente pone la fiducia e così strozza il dibattito parlamentare. Sotto la scure della minaccia-fiducia, infatti, il Parlamento vota quella che in verità è una sfiducia con ricatto. Bella la democrazia parlamentare, vero? I costituzionalisti partigiani, la chiamano Costituzione vivente.

Secondo noi è la nostra Costituzione tramortita dalla prepotenza di chi avrebbe tanta voglia di assolutismo, ossia di comprimere la potestà delle Camere.
Era la voglia conclamata di Berlusconi. Pensavamo d’aver raggiunto l’apice.
Ci siamo sbagliati: sottovalutavamo Monti-Napolitano.

 

Antonio Di Pietro
Luigi Li Gotti 

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Il Presidente della Repubblica deve sapere che nessuno è al di sopra della legge

Il presidente della Repubblica, proprio per la sua funzione, dovrebbe sapere bene che nessuno è al di sopra e al di fuori della legge. Oggi prendiamo atto del fatto che egli avalla il comportamento dei suoi più stretti collaboratori che hanno tentato di interferire in una inchiesta penale in corso che riguarda fatti gravissimi: una possibile trattativa fra Stato e mafia per evitare che qualche politico venisse ucciso mentre venivano ammazzati magistrati come Falcone e Borsellino. Quindi non di una campagna di sospetti e insinuazioni si tratta, ma di una ricerca della verità in nome del sangue versato e delle tante vittime che hanno pianto per quello Stato calabraghe in quei giorni. L'Italia dei valori ha depositato ieri formalmente la richiesta di una commissione d'indagine affinché si accerti esattamente cosa è successo tra il 1992 e il 1993, quando spezzoni dello Stato, su richiesta di mafiosi di primissimo piano, hanno ridotto la carcerazione preventiva e hanno concesso altri benefici ai mafiosi stessi. La commissione è necessaria perché non possiamo affidarci solo all'autorità giudiziaria, in quanto l'inchiesta dei magistrati può anche accertare una non responsabilità penale: questi fatti potrebbero non avere rilevanza penale. Ma senza dubbio la sola idea che in uno Stato di diritto vi siano organi istituzionali importantissimi che non fanno il loro dovere e prendono decisioni non nell'interesse dei cittadini ma della propria incolumità, impone la costituzione di una commissione d'inchiesta, perché quello è l'unico luogo democratico, prima che il popolo si ribelli, per accertare come sono andati i fatti.

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Digressione

La verità si cerca senza guardare in faccia presidenti o ex presidenti

Vent'anni sono passati dalla stagione delle stragi, e la verità è ancora oscurata da una ragnatela di collusioni, silenzi e comportamenti omertosi. Ma quella stagione non può assolutamente essere archiviata. Lo dobbiamo alle vittime di tanta barbarie, alla nostra storia e a quei principi tracciati dai nostri padri costituenti. Se ci fu una trattativa tra Stato e Mafia è bene che si conoscano i responsabili, i fautori ed è bene anche che si sappia chi vuole mantenere quella pagina oscurata. In un altro Paese, di fronte alla notizia della telefonata dell'ex presidente del Senato, Nicola Mancino, al Capo dello Stato per chiedere di fare pressioni sui pm di Palermo, ci sarebbe stata un'alzata di scudi della politica e del mondo del giornalismo, ma in Italia i riflettori rimangono spenti. Non solo: le inchieste giornalistiche, come quella de Il Fatto Quotidiano, sono state additate come "risibili" e "irresponsabili illazioni". Qui di irresponsabile c'è solo la convinzione che per qualcuno la legge sia più uguale che per gli altri e che la verità venga dopo la necessità di difendere i potenti di oggi e di ieri. Come se i fatti documentati possano essere liquidati con termini offensivi e senza alcuna risposta. Purtroppo quelle parole, pesanti come macigni, sono state snocciolate dallo staff del Capo dello Stato, accompagnate da un dato di fatto importante: una triste conferma che ci preoccupa molto. Infatti, lo staff ha confermato ieri quanto evidenziato dal consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, Loris D'Ambrosio, cioè che sia una prassi intervenire sulle autorità giudiziarie. Nel caso specifico, c'è stata una confessione: una lettera di pressioni scritta da Napolitano al Procuratore generale della Cassazione. Mi chiedo, e chiedo a voi: è nel ruolo di un Presidente della Repubblica italiana scrivere al Pg della Cassazione per chiedere di intervenire prontamente sulla questione? E poi: può il segretario generale della Presidenza della Repubblica informare il Pg evidenziando che le preoccupazioni di Mancino, ex Presidente del Senato, sono "condivise da Napolitano"? Sono quesiti che in un Paese civile e democratico non dovrebbero neppure porsi, visto che la ricerca della verità ... Leggi tutto ...

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