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Il Parlamento approvi subito la legge sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro

Due giorni fa è arrivata una buona notizia, ignorata o tenuta sotto traccia dai grandi giornali. Una decisione della Consulta che riporta tutti i soggetti, sindacati e imprese, nell’ambito della Costituzione repubblicana. E’ stata una sentenza storica, che ha spazzato via l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, che dava la possibilità di esercitare il diritto di fare sindacato nei luoghi di lavoro solo a chi sottoscriveva i contratti. Una modifica che era stata fatta nel 2010 e che i metalmeccanici Cgil non firmarono.
Ora c’è solo una cosa che il Parlamento deve fare: attivarsi per approvare una legge sulla rappresentanza, visto il vuoto normativo che si viene a creare. Il testo c’è già ed è stato presentato nella scorsa legislatura dall’Italia dei Valori. La nostra proposta prevedeva non solo il diritto di rappresentanza per tutti i sindacati liberi e autonomi ma, soprattutto, quello dei lavoratori nell’approvare o meno, tramite un voto, gli accordi firmati dai sindacalisti.
Comunque è bene riavvolgere il nastro di questa storia: tutto parte dalla stagione berlusconiana degli accordi separati e della divisione delle organizzazioni sindacali che ha zittito i lavoratori. La Fiat di Marchionne, sostenuta dall’allora ministro Sacconi, provò a demolire prima gli accordi aziendali, liberamente sottoscritti, poi le leggi in materia di libertà sindacale e, infine, addirittura la Costituzione, approvando il famigerato articolo 8 sulla contrattazione che distrugge, con le deroghe, il valore universale dei contratti nazionali liberamente pattuiti. Ricordiamo che la Fiat, pur di ottenere questo risultato politico, uscì da Confindustria.
L’Italia dei Valori, sin dall’inizio, si è schierata a favore dell’applicazione della Costituzione, dentro e fuori le aziende, e non è mai intervenuta sulla libertà delle parti, impresa e sindacato. Ed ha denunciato, sin da subito, il pericolo di un eventuale spostamento dell’asse strategico dell’azienda negli Stati Uniti, con la conseguente chiusura di interi stabilimenti italiani. Cosa che è puntualmente avvenuta, voluta dagli azionisti Fiat, per l’Irisbus, per Termini Imerese e per la Cnh di Imola.
Abbiamo sempre denunciato, fuori e dentro il Parlamento, che lo scontro voluto, cercato e perseguito con la Fiom servisse solo ad individuare un capro espiatorio, al fine di agire indisturbati nell’abbandono del settore auto in Italia e per concentrare soldi e risorse che indirettamente arrivavano anche dalle finanze pubbliche. La prova è nel pagamento, con soldi pubblici, dal 2008, di circa il 50% di tutti gli stipendi dei lavoratori Fiat posti in cassa integrazione.
Adesso, dopo la pronuncia della Corte, il Parlamento vari subito la legge per colmare questo vuoto e per ripristinare un sacrosanto diritto.

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